Finché saltano le banche e vengono salvate con iniezioni di denaro
pubblico e presumibile aumento del debito, messi in sicurezza i depositi, i danni economici vengono spalmati sull'interezza della popolazione e l'impatto sociale avviene in modo relativamente poco traumatico. Fanno eccezione coloro che avevano denaro investito in borsa, sottolineando che avevano denaro e hanno scelto di investirlo in borsa. Come detto piu' volte l'impatto sociale si valuterà sulla ricaduta nella sfera dell'economia reale in particolare sulla produzione industriale, di conseguenza sulla disoccupazione e di nuovo sui consumi, in un circolo vizioso che si dovrà trovar modo di arrestare. Il parametro centrale nella vita delle persone sarà il dato sulla disoccupazione, su cui cominciano ad uscire previsioni e proiezioni, spesso discordanti ed in generale crescenti.
Vi racconto qualche numero, per fare mente locale.
Ad ottobre internamente alla CGIL (la fonte è il sindacalista petrolchimico), si proiettavano per il 2009 400mila nuovi disoccupati di cui la metà già vittima delle varie e bizzarre forme di precariato che l'intelligenza sopraffina del legislatore ha saputo concepire da Treu in poi. Una stima del genere nell' annus horribilis della finanza mondiale in un paese già alla corda del debito come Italia a me sembrava ottimistica. Mi si intenda bene: so perfettamente che 400mila posti di lavoro in meno comportano una difficoltà economica grave ed in certi casi perfino tragica (famiglie monoreddito) su almeno un milione di persone , se si tiene conto dell'impatto su tutto il nucleo familiare. Guardando ai numeri pero' vediamo che la forza lavoro italiana è circa di 25 milioni di persone (occupati + in cerca di lavoro, ISTAT) e che i 400 mila disoccupati in piu' andrebbero ad incidere circa per l'1,6%, cioè dall'attuale 6,7% all'8,3%. In paratica di poco sotto ai livelli del 2005 (indexmundi).
Andrebbero poi considerati, ai fini dell'impatto sociale, i licenziati di chi lavora in nero (esplusi in modo ancor piu' sbrigativo) e il dramma diello sradicamento sociale di decine di migliaia di immigrati regolari che vedono la loro possibilità di permanenza e di reddito legale, legato proprio al posto di lavoro (Bossi-Fini docet) spesso già poco qualificato e malpagato. Costoro soffriranno piu' di tutti.
Eppure i livelli del 2005, a fronte del peggioramento descritto, proiettano comunque il quadro di un paese di sicuro in crisi profonda e con alcune fasce sociali allo stremo, ma ancora in grado di reggere a livello sociale e di sentirsi complessivamente nord del mondo, con un modello di consumo (ed è il consumo la monodimensione totalizzante dell' italiano contemporaneo) rallentato, ma non messo radicalmente in discussione.
In dicembre Epifani, per lanciare l'allarme e facendo in fin dei conti il suo mestiere, cominciava a parlare di valanga di licenziamenti alle porte, senza pronunciare le stime ma utilizzando stavolta toni ben piu' enfatici. Sempre in dicembre le stime OCSE parlavano di picchi di disoccupazione in Italia nel 2009 vicini all'8,9%, quindi superiori ai livelli del 2004-2005, peggiori di quelli che giravano in CGIL ma tutto sommato dello stesso ordine di grandezza.
Veniamo a gennaio e arriviamo alle stime di Confindustria che hanno previsto pochi giorni fa (concordando al percentile con l'OCSE) di disoccupazione all'8,9% per la fine del 2009.
L'8,9% è dunque il dato piu' autorevole e che trova piu' conferme e fa riferimento a circa 500-550mila disoccupati in piu', un'enormità certo che marca perfettamente il segno di una crisi profonda per un paese che non ne aveva certo bisogno. Il dato peggiore pero' è che la fine crisi e la conseguente decrescita infelice del PIL è stimata non prima del 2011... il sistema puo' reggere a due anni del genere senza ripensare se stesso e senza raggiungere livelli di conflitto sociale che pensavamo dimenticati da tempo? Inoltre va considerato che ancora, ché ché se ne dica, non si conoscono i confini reali della crisi e nulla vieta che tali stime possano essere rivedute al rialzo: negli ultimi 7 anni le stime del PIL italiano, ad esempio, sono sempre state riviste in senso peggiorativo dopo i primi mesi dell'anno e stavolta partiamo da un incoraggiante -2%.
Ci sono poi le recenti stime mondiali dell'FMI che parlano di 20-30 milioni di disoccupati certi in piu' nel mondo per il 2009 e possibile incremento fino a 50 milioni. Posto che questa è una mia assunzione arbitraria che si limita suonare ragionevole, se l'Italia dovesse assorbirne una parte proporzionale al proprio PIL (contribuiamo al PIL mondiale per circa il 3%) potremmo pensare ad un caso peggiore in cui i posti di lavoro persi sarebbero nell'ordine del milione e mezzo, cioè una catastrofe sociale un paese che torna indietro di dieci anni, ma con un tessuto sociale e un debito anche privato probabilmente non piu' in grado di reggere l'urto.
C'è poi l'ultima cassandra per sua natura sopra le righe, a cui stavolta io non credo. Mi riferisco al dato strillato in piazza da Grillo che continua a ripetere una stima (presa da dove?) di due milioni di disoccupati in piu' entro il solo 2009, non so se rendendosi conto di quello che dice e che le sue parole comporterebbero. Ammortizzatori sociali inesistenti per una tale massa di ex-lavoratori, tensione sociale alle stelle, guerra tra poveri, file per il pane, intere economie locali che spariscono nel nulla, boom dell'economia informale e del crimine. Parliamo in questo caso della disoccupazione al 15%, quattro milioni di famiglie nella merda, parliamo se ancora non aveste capito della media nazionale pari ai livelli attuali della Calabria (con tutto il rispetto: ce l'avete presente la Calabria?) e con le regioni del Sud che scivolano verso gli standard di vita della Tunisia.
Si rende conto Grillo che sta parlando della vecchia cara Italia con le valigie di cartone che sbarca (ma dove stavolta?), invece di evitare gli sbarchi? Ripeto, io non ci credo e resto con le stime già drammatiche di CGIL, Confindustria e OCSE, ma se il non-piu'-comico genovese avesse ragione stavolta (con tutta la teoria paracomplottistica annessa, sulla militarizzazione preventiva delle città), beh in quel caso, fate esattamente quel che consiglia , non so quanto scherzando, nei suoi spettacoli: compratevi un fucile e dei sacchi di sabbia.
Tirando le somme (I). Dialogo tra un Islandese e la finanza mondiale.
L'Islanda fino a pochi mesi fa vantava un benessere invidiabile e non pochi primati. L'Islanda era il paese con il reddito pro capite piu' alto d'Europa e il tasso di corruzione piu' basso. In Islanda era difficile andare in vacanza perche' la Corona Islandese era una moneta estremamente forte e gli abitanti avevano un tenore di vita molto alto. Il governo Islandese ha potuto permettersi di avviare un programma di rinnovamento industriale ed energetico che avrebbe dovuto portare alla totale indipendenza dal petrolio entro il 2020.

Non il 20% in meno (niente pezze calde in Islanda) ma la totale indipendenza. In Islanda il primo Ministro girava senza scorta e nelle banche non c'erano guardie giurate: ne' l'amministrazione pubblica ne' i banchieri erano disposte a pagare un servizio di sicurezza che non serve in un paese dove semplicemente la sicurezza non era mai sotto minaccia. In Islanda il tasso di disoccupazione era arrivato all'1% e la speranza di vita alla nascita a 80 anni. Beati loro che hanno potuto godersi a lungo un paese cosi'(*), ben lontani evidentemente dall'islandese che nelle operette morali chiedeva conto a madre natura di averlo fatto nascere in una terra tanto sciagurata.
In Islanda pero' nell'ultimo mese sono cambiate un sacco di cose.
Adesso in Islanda l'unico banchiere e' lo Stato e il primo ministro gira sotto scorta, mentre le guardie giurate osservano da dietro i vetri antiproiettile folle di correntisti increduli e imbestialiti che non possono accedere ai loro soldi. Ci sono stati migliaia di licenziamenti in pochi giorni, che su in paese di 300000 persone hanno rilevanza statistica enorme. Oggi un islandese che dovesse recarsi in Danimarca a prendere un caffe' pare che lo pagherebbe l'equivalente di 18 dei nostri euro. L'Islanda si e' risvegliata povera, ha dovuto nazionalizzare tutte le banche e chiedere 4 miliardi di Euro alla Russia per non andare in bancarotta, tanto che c'e' chi dice che Putin si e' praticamente comprato l'isola, mentre gli Islandesi sono sotto shock.
L'Islanda era esposta con l'attuale crisi finanziaria, aveva un debito molto alto e le banche intrecciate con la finanza anglosassone sono andate in crisi come birilli una dopo l'altra. Le e' successo piu' o meno quanto e' accaduto in UK, negli Stati Uniti e in molti paesi europei con la differenza che mentre nessuno puo' svuotare le proprie riserve di Euro, Dollari e Sterline e disinvestire in un colpo solo da tutto il nord del mondo, l'isola dei ghiacci e dei Geyser ha visto crollare la propria moneta del 20% il primo giorno e del 35% il giorno dopo rendendola immediatamente insolvente verso qualunque debito contratto verso l'estero. Una moneta debole e isolata che all'arrivare della tempesta diventa carta straccia.
A parte la triste favola dell'isola felice che cade nell'incubo, adesso dovrebbe essere chiaro quale prezzo puo' pagare un paese coinvolto in una crisi come questa dopo aver deciso di non entrare nell'euro. Adesso pare che anche Svezia e Danimarca ci stiano ripensando, strano e'?
Adesso dovrebbe anche essere chiaro che razza di idioti erano quelli che dicevano che dovevamo tenerci la Lira, gli stessi che proponevano poi di tornarci per poterla svalutare, come facevamo ai bei tempi, e fare concorrenza ai cinesi soltanto sui prezzi. Bella strategia considerando che l'Italia non e' esattamente un'isola felice del nord atlantico, posto semmai piu' appropriato per vagheggiare l'idillio isolazionista.
Adesso infine sarebbe ora di ricordare le facce dei venditori di fumo se non per smascherarli in pubblico, per evitare almeno che vengano ascoltati in futuro. Perche' e' raro, ma ogni tanto i nodi vengono al pettine, bisogna soltanto avere pazienza e un po' di memoria. L'impressione e' che prima che questa crisi abbia termine, per chi vorra' vederli, di nodi al pettine ne saranno venuti tanti.
E se volete, almeno questa e' una buona notizia.
Mentre il mondo si interroga sugli effetti della della crisi e sul modo di
venirne fuori alla svelta senza dover smantellare le proprie care certezze, Blossom Goodchild si e' occupata di recente di questioni assai piu' importanti per i destini di noi tutti. La signora australiana e' la medium che e' stata in grado di canalizzare il messaggio cosmico da parte degli alieni della Federazione della Luce i quali, stando al messaggio, dovrebbero comparire con le loro enormi astronavi martedi' prossimo nei cieli dell'emisfero australe e quivi sostare, ben visibili, per circa 72 ore. La notizia e' riportata qui , conferma un'altra predizione del famoso Dannon Binkley (il quale pare avesse previsto Chernobyl) ed esiste addirittura un video sull'argomento su Youtube (me lo ha segnalato Uther) con il messaggio integrale tradotto in italiano. Non va inoltre dimenticato che ad affini conclusioni era giunto di recente anche l'eminente Marco Columbro. Vi sconsiglio pero' di ascoltare il messaggio in quanto i dolciastri alieni si dilungano in un noiosissimo sproloquio sulla fratellanza universale, simile a una paternale in stile Partito Comunista Cinese del tipo: e' buono e giusto stare dalla mia parte poiche' io sono benevolo e armonioso, ma e' anche saggio in quanto se tu provassi a contrastarmi scopriresti che sono altresi' grosso e invincibile e quindi ti spaccherei il culo. Vabe'...sta cosa sta spopolando su Internet e se uno ha del tempo da perdere (letteralmente) trovera' un sacco di gente sui forum piu' strampalati intenta a discutere seriamente su questa eventualita' e sui suoi risvolti: dalle opportunita' che potranno presentarsi al genere umano agli eventuali problemi di integrazione (ma lo sanno i Fratelli della Luce che qui ancora pestiamo i negri?). Problemi seri insomma, altro che recessione globale: qui arrivano gli ospiti e io non ho niente da mettermi. Spero i fratelli luminosi non si offenderanno se durante l'atterraggio mi stappero' una birra decidendo sul da farsi (gessato grigio o tenuta techno-anni'80 tipo R&R Robots?).

Vasta e' Internet e bizzarri i suoi abitanti. Curioso come su questo e altri temi ben piu' seri, stavolta pare che il millenarismo sia esploso soprattutto dopo la fine del millennio e non prima come era accaduto ai tempi di Rodolfo il Glabro.

Quella che stiamo vedendo adesso è la crisi finanziaria poi, e soltanto poi, arriverà la crisi economica. Io ho paura della crisi economica, una paura fottuta. Anche se certo non mi farebbe piacere quello che mi spaventa della crisi non è il dover abbassare il mio tenore di vita. Riguardo alle condizioni economiche sono piuttosto fatalista, immaginando di vivere 75 anni è da cretini non aspettarsi di incontrare momenti davvero difficili, in tre quarti di secolo cambiano un sacco di cose. Un uomo preso a caso nato nel 1905 e morto 80 anni dopo avrà visto distruzioni, ricostruzioni, guerre civili, svariate recessioni, crisi iperinflattive, una grande depressione e due guerre mondiali. Se pensi di campare a lungo come minimo devi essere un po' fatalista e quel tanto intelligente da non contrarre mutui trentennali a tasso variabile.
Non mi spaventa l'abbassamento del tenore di vita anche perché pur non avendo motivi stringenti per fare a meno del superfluo, lo so ancora riconoscere come tale.
Quello che mi spaventa, e molto, di un'eventuale crisi economica è la reazione della gente: quando ci sono due persone e quattro pagnotte di pane, la situazione è sotto controllo. Almeno fino al prossimo pasto.
Quando pero' la pagnotta è una soltanto ci si trova davanti ad un Aut Aut: o la si divide in due parti uguali e ci si rimbocca le maniche per piantare il grano oppure il primo che afferra il coltello mangia e l'altro finisce sgozzato al campo santo.
Io li vedo gli italiani, li guardo in faccia tutti i giorni.
Li vedo già uno davanti all'altro, con l'ultima pagnotta nel mezzo a dover prendere una decisione. Lo sguardo sorridente, il volto rassicurante ma teso, le mascelle appena un poco serrate e la mano, svelta, che scivola verso il coltello.
Io li vedo perchè li ho già visti, mille volte nella Storia in altri posti e sotto altre bandiere.
Io li vedo, ma non li riconosco, perché sono un figlio delle quattro pagnotte.
Disilluso come elettore, apatico come cittadino, precarizzato e individualizzato come lavoratore, lontano da qualunque idealità morale, religiosa o politica egli chiede ancora insistentemente di essere appagato ma nell'unica veste con cui la società lo riconosce e nella quale egli stesso si percepisce, cioè come consumatore.
La gente non si è civilizzata è soltanto sazia e quando avrà fame, se il piatto sarà vuoto cercherà un nemico.
Il consumo definisce l'essere umano contemporaneo e non importa cosa accada attorno a lui, finchè la sua dimensione di consumatore è salvaguardata egli ha un'identità e un obbiettivo. Questa monodimensione totalizzante che si è sbarazzata o ha cooptato tutte le altre, è anche l'unico argine rimasto alla convivenza civile, poiché crollato questo l'uomo contemporaneo si disintegra, sprofonda in vuoto assoluto. Non c'è rete sociale, non c'è rivoluzione, non c'è spinta culturale che possa aiutarlo a ridefinirsi.
Nella società dei consumi una crisi economica vera, di portata storica intendo, si porta dietro milioni di crisi esistenziali individuali. Enormi masse confuse fatte di individui altrettanto confusi.
Il malumore della bestia per il momento è soltanto strisciante, la sua natura non è cambiata, semplicemente, in tempo di abbondanza si è fatta negoziale e mercantile, sempre piu' spesso truffaldina. Vuole anche la pagnotta altrui ma avendone già altre, non è disposta a spargere sangue per procurarsela, si accontenta del raggiro.
A volte mentre si reca al lavoro, educa i figli, discute dell'amministrazione pubblica e magari si lamenta di come negli ultimi anni il numero delle pagnotte sembri diminuire gradualemnte, se la osservate con attenzione, tra sorrisi cordiali e gesti inoffensivi la vedrete accarezzare distrattamente il coltello.
Quando il cibo scarseggia dovrà tornare a scegliere e, per quello che posso vedere, non ho dubbi su cosa sceglierà.
Purtroppo, sommo limite di ogni idea di progresso sociale collettivo, per cooperare serve un gruppo affiatato di gentiluomini, per competere invece basta un branco di iene affamate.
Un breve post riassuntivo giusto per fare il punto e riallacciarmi al post precedente visto che non si fa in tempo ad evocare l'effetto domino che gia' questi pare spostarsi, prima da merchant bank a banche commerciali e ora anche geograficamente attraversando l'Atlantico. Mentre Wachovia come previsto veniva salvata in extremis da Citigroup si sono succedute le crisi di banche Europee a cominciare da Fortis (noto gia' da venerdi) gruppo belga prontamente nazionalizzato, la britannica Bradford&Bingley e la Hypo Re tedesca. JoeCHIP mi raccontava poco fa che ascoltando oggi Radio24 sembrava di trovarsi di fronte ad un bollettino di guerra, con tanti morti e nessun esercito di liberazione in arrivo. Pare che adesso ad essere in sofferenza siano Ing Direct (si' quella di Conto Arancio) e Dexia, mentre Unicredit ha perso in un solo giorno piu' del 10%. Il tracollo di Unicredit e' il primo campanello d'allarme sul futuro della crisi in Italia dove fin'ora tutti , a cominciare da Draghi, si sono affrettati a dire che non esistono rischi di crack e che la liquidita' e' ottima, tanto che Intesa-San Paolo era data fino a ieri come una delle banche piu' sicure del mondo. In un certo senso questo dovrebbe essere vero, almeno se pensiamo ad un coinvolgimento diretto nella crisi, in quanto in Italia non si sono mai rilasciati mutui a lavoratori precari o saltuari, quelli che appunto negli USA venivano chiamati mutui subprime. E' anche vero che e' un intero settore interconnesso a tremare e che non e' affatto chiaro dove e a chi, in giro per il mondo, il rischio dei subprime sia stato ridistribuito. Si sta come d'autunno sull'alberi le banche.
Come accadde nel 1929(*) quando a tremare sono le banche quello che si teme e' l'effetto domino. Nella crisi dei subprime, che e' soltanto l'ultima e la peggiore delle grandi crisi degli ultimi quindici anni, a crollare finora sono state le merchant bank o banche d'affari, quelle in sostanza che prestano denaro sottoscrivendo e piazzando i titoli di nuova emissione a grandi societa', tra cui altre banche e governi. Il terremoto e' cominciato cioe' alla fonte del credito. Trovandosi a monte della catena creditizia le merchant bank sono anche le piu' distanti dall'economia reale: non hanno una base di correntisti, ne' depositi , sono meno controllate, hanno in genere pochi dipendenti, investono nei grandi fondi finanziari, in generale speculano su rischi elevati che ridistribuiscono, si muovono nel mercato interbancario, forniscono consulenze e a volte coincidono conle agenzie di rating. La crisi di liquidita' che ha fatto fuori Lemhan Brothers, sta trasformando Goldman Sachs e JP Morgan in banche commerciali (che gestiscono appunto i depositi) e ha gia' colpito i grandi fondi immobiliari e l'AIG, a leggere le notizie di ieri sembra quasi si stia spostando a valle. Ieri e' fallita Washinghton Mutual, la sesta banca americana nata come una vera e propria cassa di risparmio, il colosso inglese HBSC ha tagliato di colpo 1100 dipendenti e dopo il crollo in borsa del 27% si teme per Wachovia, la quarta banca statunitense. Wachovia in particolare era considerata fino a poche settimane fa, quindi con la crisi gia' aperta, tra le realta' piu' solide del panorama bancario statunitense. Se davvero l'uragano finanziario, che nessun analista ha ancora declassato a tempesta tropicale, viagga verso le banche commerciali vuol sdire che si avvicina ai correntisti, al grosso del credito alle imprese e, in buona sostanza, agli investimenti nell'economia reale, alla produzione e conseguentemente all'occupazione e al consumo.
Se Bush ha nazionalizzato a piu' non posso fino a farsi dare del comunista (come se si trattasse di una scelta ideologica... e che altro poteva fare!?) e la FED continua ad iniettare quantita' incalcolabili di denaro nel sistema e' proprio per arginare la crisi prima che questa distrugga l'economia reale, che subira' comunque cgravi onesguenze. E' ingiusto quanto vogliamo (ma lo si sapeva bene...)che sia il denaro pubblico a salvare coloro che hanno fatto danni in nome del profitto privato, ma si valuta evidentemente che in caso contrario le conseguenze potrebbero essere addirittura peggiori. A supporto di questa tesi sta il fatto che ai tempi di Enron, Worldcom, Global Crossing e della bolla della neteconomy nessuno a Washinghton si sogno' di prendere in considerazione nazionalizzazioni e salvataggi, anzi il messaggio che si volle comunicare fu semmai di tipo punitivo.
Nel suo ultimo discorso Bush chiedeva di evitare il panico per evitare una recessione, ma quello che probabilmente intendeva e' uno scenario molto piu' simile alla grande depressione.
Gli americani sono bravissmi a raccontare la crisi, chissa'... forse come unico effetto collaterale positivo, nasceranno nuovi Steimbeck.
Questa crisi, ovunque conduca, arriva in un momento in cui l'America ha un numero di poveri pari a quello degli anni 60 (ricordate il dato sui food stamp?), un debito pubblico enorme in mano in buona parte ai suoi avversari commerciali e politici, un sistema energetico che vede la produzione di petrolio interna in declino conclamato e i prezzi sul mercato internazionale piu' alti che mai, la moneta debole e un contesto geopolitico che ci ha portato con la guerra in Georgia di fatto in un mondo multipolare, in cui nuove potenze regionali difendono i propri interessi senza che Washinghton possa farci in fondo poi molto.
Anche se questa crisi dovesse essere tamponata a spese dei contribuenti il mercato finanziario mondiale e soprattutto anglosassone andra' comunque ripensato completamente, l'american way of life sara' rivisto se non addirittura negoziato, come nei peggiori incubi di George W., e degli spazi che si apriranno approfitteranno tutti quelli che non ne verranno travolti (Cina e Russia? Forse. Europa? Penso di no).
Qualunque sia lo scenario a brevissimo termine il nuovo presidente degli Stati Uniti si trovera' a dover gestire una stagione senza precedenti e molto potrebbe cambiare dal modo in cui verra' gestita. Se l'effetto tampone dovesse funzionare nel breve termine senza intervenire a livello strutturale, al piu' potranno tirare a campare accettando un rallentamento momentaneo dell'economia gettando gradualmente le basi per la prossima bolla (e' gia' successo nel 2001). Stavolta pero' avverrebbe in un contesto economico-finanziario screditato ed indebolito dove non sara' piu' facile come in passato attirare capitali stranieri. Forse chissa', si cogliera' l'occasione per rivedere la struttura stessa del sistema economico americano puntando su un nuovo New Deal che passi per l'indipendenza energetica e la terza rivoluzione industriale di cui, con un certo indefesso ottimismo, Rifkin va raccontando. Si potrebbe vedere un ritorno in auge di John Maynard Keynes con investimenti pubblici e la ricostruzione del welfare (ma come? accumulando altro debito?). In fondo, spesa pubblica per spesa pubblica , il contribuente potrebbe pretendere (**) servizi e sicurezze sociali in cambio di quei fiumi del proprio denaro che comunque finiscono per andare a riempire voragini finanziarie create da altri. Oppure, giunti di nuovo ad un punto di svolta, qualcuno tirera' fuori l'idea ricorrente: quella che passa per l'industria militare, gli eserciti e i bottini di guerra. Dall'individuazione del nemico allo sbandieramento della minaccia imminente, di quest'ultima opzione non sara' difficile cogliere i segni per tempo.

(*) Contesto comunque diverso quello del 1929, ma forse addirittura meno grave
(**) Ma il corpo elettorale, ammesso che lo voglia, e' ancora in grado di pretendere qualcosa dalla politica? Oppure e' soltanto in grado di scegliere tra due brodini dallo stesso sapore?
Dopo anni di disinteresse e bufale consolatorie l'imminente crisi energetica sta diventando argomento di primo interesse anche sui maggiori organi di stampa mondiali, al punto che sempre più spesso si discute sui tempi e sugli impatti a breve termine e quasi non più sulla fondatezza di tali preoccupazioni. Col tempo si spera arriveranno anche le preoccupazioni sul medio-lungo termine e, gradatamente, una presa di coscienza che preveda piani d'intervento in grado di ripensare l'attuale sistema in maniera organica, cioè senza agitare improbabili bacchette magiche o salvifiche mistificazioni. L'alternativa sarà vedere gli Stati Nazione, incapaci di imporre una costosissima riconversione al proprio sistema economico-industriale, scannarsi per gli ultimi barili di petrolio, cioè: parola alle armi.
In un'intervista di qualche mese fa Carlo Rubbia si è espresso chiaramente contro il ritorno al nucleare come via praticabile e conveniente per far fronte a tale crisi, ribadendo poi la stessa tesi in dibattiti pubblici e interviste televisive. L'intervista era incentrata sull'urgenza di scelte strategiche da parte dell'Italia che verrà colpita prima e più duramente a causa della nostra cronica scarsità di risorse fossili. Sulla stessa linea, contraria al nucleare e favorevole ad una riconversione massiva e drastica verso le energie rinnovabili si sono espressi anche centinaia di docenti e ricercatori universitari, con un pubblico appello ai candidati prima delle recenti elezioni. Da ultimo oggi sul Manifesto l'intervista ad Alberto Fazio, astrofisico responsabile del progetto IBGP/AIMES (Analisys, Integration, Modelling of the Earth System) ribadisce il concetto e fornisce un quadro preciso e ancora più allarmante della situazione.
Le valutazioni quasi unanimi fornite dalla comunità scientifica italiana vedono il nucleare come una soluzione costosa, con tempi di messa in opera troppo lunghi, legata ad una risorsa esauribile e dunque di corto respiro (20 anni per l'uranio Rubbia-Goodstein), con problemi di sicurezza contenibili ma non eliminabili e uno problema di smaltimento delle scorie per cui non è ancora stata trovata una soluzione definitiva e soddisfacente. La stessa UE pur non osteggiando le nuove centrali non le inserisce tra le risposte strategie ai problemi energetici e climatici e gli USA non ne costruiscono di nuove ormai da trent'anni.
Il ministro Scajola, che dubito ignori gli appelli degli scienziati in questione, parla di "occasione nucleare" da non perdere. Eppure su questa tecnologia di corto respiro, che non promette innovazioni significative prima del 2025 ( quando potrebbe partire la quarta generazione di centrali), l'Italia è drammaticamente indietro, mentre su altre tecnologie come l'eolico e il solare che vengono abbondantemente adottate in Spagna e in Germania con un gap che saremmo ancora in grado di coprire, vi sarebbe davvero spazio per produrre brevetti e innovazione (si veda il progetto Archimede dello stesso Rubbia). Di quale occasione va parlando dunque il ministro? Se la comunità scientifica è ostile a tale soluzione e lo è da posizioni non ideologiche ma dettate dai fatti, su suggerimento di chi il Scajola ha deciso di puntare dritto sul nucleare entro questa legislatura ribadendo il concetto come un irrefrenabile tormentone in ogni sua esternazione pubblica? Se non è all'interesse strategico del paese e dei suoi cittadini cui si guarda, a quale altro tipo di interesse si sta facendo riferimento?


Ieri Emma Marcegaglia, parlando in rappresentanza anche di coloro che grazie a lauti finanziamenti pubblici le centrali le dovranno costruire, si è fatta pubblicamente promotrice del ritorno al nucleare, mentre l'Amministratore Delegato di ENEL Fulvio Conti si dichiarava favorevole e pronto a partire non appena ottenuto il placet del governo. Se questi sono gli interessi in gioco, il ministro sta allestendo il consueto banchetto per gli uccelli necrofagi dell'imprenditoria italiana, che da anni si cibano della carcassa dello Stato.
Da qui all'inizio della costruzione delle centrali passrà parecchio tempo e una qualche forma di dibattito dovrà pure essere fatta. Cosa contrapporranno ai moniti di Carlo Rubbia? Le intuizioni scientifiche di Gabriella Carlucci già indomabile e patetica protagonista, all'epoca dalle file dell'opposizione, del caso Maiani?
Mi aggancio al nuovo record del prezzo al barile, attestatosi a 100
dollari, per tornare sulla questione del picco del petrolio di cui avevo parlato qualche tempo fa a proposito delle previsioni di Colin Campbell. Negli ultimi anni il prezzo del greggio al barile è cresciuto di circa il 500% sfondando una "soglia psicologica" dopo l'altra, come direbbero i bravi giornalisti, fino a culminare ieri nella cifra tonda dei 100 dollari. Le spiegazioni ufficiali, recitate come un mantra dagli esperti di turno, vertono in continuazione su una pluralità di fattori prevalentemente di ordine geopolitico. Le attuali instabilità del Pakistan, del Kenia e dell'Iraq fanno il paio con quelle del Libano, della Nigeria e dell'Iraq (a volte ritornano) che venivano sventolate qualche tempo fa dagli stessi organi ufficiali. Questo tipo di interpretazione è principalmente di tipo finanziario, cioè legata alle fluttuazioni degli investimenti e quindi della fiducia degli investitori nello scenario globale in rapida evoluzione. Qualcuno fa al più riferimento alla carenza dell'applicazione delle nuove tecnologie estrattive e all'assenza di infrastrutture in grado di fornire un flusso continuo e costante di greggio su un mercato in via di espansione al crescere dei giganti asiatici. Questa la tesi ortodossa. L'altra tesi, quella eretica, che si fa largo timidamente sui media occidentali e presso gli esperti di settore, ma non sui media italiani, è invece quella ben più preoccupante del raggiungimento, avvenuto o imminente, del peack oil: cioè l'offerta che per limiti fisici rimane costante per poi avviarsi ad un lento declino a fronte di una domanda crescente, grosso modo, col PIL mondiale. Leggi "il disastro", a meno naturalmente di un veloce e traumatico abbandono della dipendenza di idrocarburi da parte dell'economia mondiale, economia che al momento regge pressocché interamente su di essi.
A questo proposito riprendo una notizia vecchiotta, da quell'ottimo osservatorio sull'argomento che è il blog petrolio, comparsa in un' ansa di ottobre:
LONDRA, 22 OTT - Il picco della produzione mondiale di petrolio è stato raggiunto nel 2006: è quanto afferma il gruppo di ricerca tedesco Energy Watch Group, in un rapporto presentato oggi a Londra. Inutile quindi aspettarsi un rapido ritorno a livelli "normali" dei prezzi del barile, che ha sfondato quota 90 dollari la scorsa settimana: secondo la ricerca, la produzione mondiale - ferma l'anno scorso a 81 milioni di barili al giorno - è destinata a scendere a 58 milioni nel 2020, e a 39 milioni nel 2030. Sarebbe quindi inevitabile, se si realizzassero queste previsioni, un aumento del prezzo del petrolio, a fronte di una crescita costante della domanda - con conseguente rischio di guerre e rivolte in tutto il mondo. I dati diffusi dall'Energy Watch Group sono in netto contrasto con quelli dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, che prevede una produzione in crescita nei prossimi decenni, fino a 116 milioni di barili al giorno nel 2030. (ANSA). Z08-LQ 22-OTT-07 13:50
Le stime presentate rispettivamente dell' EWG (gruppo di ricerca tedesco) e dall'AIE (organo ufficiale) aprono una forbice abissale. In un caso, ponendo il 2030 come limite arbitrario per comprendere il trend, si parla di una riduzione della disponibilità di greggio che va dal 50% in piu' di quella attuale a un 50% in più, cioè da una situazione in cui sarebbe già tardi anche solo per cominciare a correre a i ripari ad una in cui tutto sommato la produzione futura sarebbe in linea con la crescita del fabbisogno (fermo restando un contenimento dei consumi dovuto alla crescita delle energie rinnovabili).
L'ampiezza della forbice ritengo sia un fattore preoccupante di per sé, in quanto la differenza sia in termini assoluti sia in termini di trend è tale da non far pensare ad una approssimazione ad un valore di mezzo. E' un po' come se per la giornata di domani l'aeronautica militare prevedesse neve, ghiaccio e temperature intorno agli zero gradi, mentre un osservatorio di qualche università parlasse di una bella giornata estiva con medie intorno ai 27 gradi. La verità difficilmente sarà nel mezzo, probabilmente invece uno dei due enti si sta macchiando di plateale incompetenza o aperta malafede o, forse nella migliore delle ipotesi, tutti i barometri della zona sono in tilt ed entrambi tirano somme a caso. Io non so quale delle due previsioni sia quella giusta e se da un lato la AIE potrebbe sembrare l'organo più autorevole è anche forse quello meno indipendente e pare si stiano verificando anche al suo interno alcune defezioni. Ciò che trovo interessante, e naturalmente preoccupante, è l'enormità della posta in gioco e il fatto che se ne parli così poco, almeno in termini di picco, perché non c'è via di mezzo: se il picco è vicino o addirittura alle spalle il mondo sta per cambiare in fretta (piu' in fretta che a causa del Global Warming), se così non fosse sarebbe ora di smentire definitivamente questa teoria dati alla mano, soprattutto considerando che viene da ambienti scientifici e industriali e non da quel celebroleso di David Icke.
Si dovrebbe cominciare a pretendere dati più certi, e soprattutto univoci, in particolare se dovessero cominciare ad emergere indizi in grado di spostare l'ago della credibilità sul ramo più catastrofico della forbice. Vediamo quali potrebbero essere alcuni: aumento delle guerre e delle pressioni sul Medio Oriente, aumento di tensioni tra l'Occidente e la Russia, progressiva demonizzazione della Cina e dell'India in quanto giganteschi potenziali consumatori in rapida ascesa, corsa agli armamenti, plateau della produzione Opec, diminuzione della produzione non-Opec e prezzo del barile in rapida, rapidissima ascesa...

FIGHT CLUB. Preparavo un post su ozia che parlasse del libro “Fight Club” di Chuck Palahniuk e del film che ne hanno tratto. Le mie riflessioni sono deragliate in un post troppo lungo, che non parla di libri, più adatto a questo blog. Le riflessioni che seguono sono influenzate dalle immagini evocate da questo post di Stavroghin e da questo di Lilith. Infine, se davanti al film o al libro vi siete indignati per la violenza del “Fight Club” in quanto tale smettete di leggere credo questo post non v’interessi. Basta preamboli quello che segue, banale o no, è quanto mi andava di scrivere.
"Fight Club" e il malessere di una generazione.
Il romanzo di Palahniuk (1996) splendidamente riadattato da Fincher (1999) è, tra quelle che conosco, l'opera che più di ogni altra coglie il connubio tra l’estetica di questa generazione e il suo malessere. Parlo della radicalità delle immagini che campeggiano sul vuoto esistenziale, del sottile e disilluso sarcasmo, della rappresentazione sistematica della distruzione degli oggetti primo fra tutti il corpo umano, delle atmosfere in cui risalta il contrasto tra una dimensione interiore con le sue fosche tonalità dark, l'esteriorità mediatica sgargiante e patinata e la grigia ordinarietà del quotidiano. Quella da cui nasce Fight Club è creatività nata nel consumismo e dal consumismo che prima di tutto si rivolge verso di esso e contro di esso, contro il prodotto e la sua accezione più indistinta e soffocante: la merce.
Nella merce anneghiamo, della merce non sappiamo fare ameno.
La dialettica con la quale si interagisce con noi è di tipo negoziale e il lessico che ci definisce appartiene al vocabolario del commercio. Il nostro lavoro è un mercato, la nostra professionalità e la nostra immagine vanno vendute, i nostri modelli esteticamente irraggiungibili ed emotivamente posticci, veicolano prodotti e non idee, siamo chiamati ad essere imprenditori di noi stessi, per la nostra azienda siamo risorse umane, le nostre aspirazioni si devono esaurire nell’edonismo del consumo e per raggiungerle dobbiamo essere veloci, flessibili, pronti ad adattare la nostra offerta a qualsiasi domanda si produca nella società.
Merce, troppo spesso, è quel che finiamo per sentirci.
Viviamo in una società mercantile avanzata e visiva e con essa dobbiamo confrontarci, nel conformismo o nella ribellione, poco cambia. Deposto il bastone veniamo spronati da carote sempre più grandi e colorate è vero, ma si continua a trattarci da asini. Lontani dagli stenti vissuti dalle generazioni precedenti che ci vengono perennemente rinfacciati, lontani dalle lotte di cui soltanto alcuni di essi furono protagonisti e di cui tutti immancabilmente finiscono per appropriarsi, siamo abituati ad essere trattati da bambini senza più esserlo da un pezzo. Dell'infanzia però manteniamo il velleitarismo della dimensione ludica, consapevoli che nessuna nostra azione produrrà reali cambiamenti fuori dalla strettissima sfera del privato.
Viviamo in perenne ricerca di autenticità, pur non essendo per questo meno autentici individualmente. Non siamo cittadini ne parìa, non siamo uomini liberi ne schiavi: siamo consumatori e il consumo è un'attività da espletarsi singolarmente. Una massa sì, ma non una rete(*), una massa senza collegamenti interni collegata all’unico HUB dei centri di produzione delle merci, dell’informazione, della pubblicità e della propaganda.
Non possiamo scegliere di essere radicalmente contro a meno di accettare un ruolo luciferino, perché sappiamo di vivere in un paradiso: il paradiso dei beni. Non possiamo essere radicalmente a favore perché è palese che questo paradiso è fatto di plastica.
Non possiamo essere rivoluzionari perché l’ultima delle barcollanti rivoluzioni sociali fallì prima che nascessimo. L’unica rivoluzione che ci è stata concessa è quella individuale, quella esteriore continua e insaziabile del look e quella interiore dell’automiglioramento veicolata dai fenomeni new age degli anni novanta. Di quest’ultima restano la rapidissima e immancabile commercializzazione, la mania per l’esotico, le farneticazioni spiritualistiche del nirvana a buon mercato (**) e quelle superomistiche di chi viaggia in astrale il giovedì pomeriggio(***).
Fight Club rinnega tra le altre cose l’automiglioramento e con esso la pseudo-rivoluzione new age cogliendone il declino per tempo.
Sia nel finale laconico e sfumato del libro, sia in quello spettacolare e romantico del film si consuma l’attesa dell’Apocalisse: in un caso quella individuale ed interiore nell’altro quella sociale e fisica. Viviamo nella consapevolezza inconscia che il paradiso che ci contiene, ci da un tetto, ci soffoca e talvolta ci appaga; crollerà.
Mentre vediamo le crepe nei muri allargarsi, nei nostri sogni e nella nostra arte quasi ci auguriamo il disastro pur non sapendo provocarlo.
Perché dopo il crollo dalla cui responsabilità fuggiamo, vi è una ricostruzione che in cuor nostro non vediamo l’ora di mettere in atto.
Nel malessere di una generazione c’è la necessità di una sfida che ci veda in gioco come esseri umani, qualunque cosa voglia dire, e non come consumatori.
Di questo parla Fight Club e qui stanno la sua attualità, ad oltre dieci anni dalla prima pubblicazione, e la sua grandezza.

(*) Questo è il cambiamento più decisivo rispetto a quando il libro venne scritto. Oggi molti di noi sono in rete tra loro: questa rete. Difficile volendo immaginare una possibilità di riscatto e che non passi in qualche modo da qui. L'undici settembre, in questo contesto, non è un cambiamento è soltanto l'ennesima crepa sul muro.
(**) Non s’offenda nessuno, parlo della maggioranza.
(***) Mi riferisco più alla Marvel che a Nietzsche, più all’orribile libro di Redfield che al meraviglioso Zarathustra: forse quanto di peggio e quanto di meglio m’è capitato di leggere.
Live earth: Gore e Madonna salvano il mondo.
Ho apprezzato il film di Al Gore, se non altro per i contenuti, e condivido le preoccupazioni ambientaliste. Se potessi fare un augurio ai figli che non ho, augurerei loro una rivoluzione verde, da farsi subito, di cui questi possano raccogliere i frutti quando (non)avranno la mia età. Comprendo anche la strategia di Gore sull'eco-business, nel senso che o il capitalismo trova il modo di farci i soldi su questa rivoluzione, o saremo costretti a scegliere tra esso e la prospettiva di avere ancora un pianeta vivibile. Non me ne vorranno gli apologeti dello sviluppo a tutti i costi, ma tengo più alla seconda che al primo. Se di eco-business si dovrà parlare questo dovrà partire in fretta, per non dire da subito, cioè entro un orizzonte temporale in grado di conciliare il principio di precauzione ambientale, il cui limite rischia di essere già stato valicato, e le logiche legate al ritorno degli investimenti e all'apertura di mercati di consumatori eco-sensibili o eco-sensibilizzati loro malgrado. Con questo non è che io voglia remare necessariamente in direzione delle esigenze del capitalismo industrialista è che, pragmaticamente, più ci si oppone ad esso in modo frontale più le cose rischiano di diventare lunghe e difficili. In un mondo di consumisti e di aspiranti tali, non esiste ad oggi una consapevolezza ambientale capace da forzare la mano al sistema fino a fargli abbandonare il paradigma della crescita a tutti i costi. Già ottenere in tempi brevi l'abbandono di un'idea di crescita basata sugli idrocarburi, sarebbe un risultato inaspettato. Allo stesso modo chi pensa che le forze del mercato correggeranno la rotta da sole, senza pressioni, senza una volontà politica (vera e non soltanto verticistica, non mi aspetto nulla da Kioto e dal G8) e senza dover rinunciare a qualche profitto immediato è soltanto il solito visionario idolatra del fantasma di Adam Smith. Si dovranno credo costruire improbabili sinergie (brutta parola lo so) tra il mondo qual'è e il mondo quale potrebbe essere, perchè il tempo a disposizione per capire da che parte andare e come andarci non sembra essere molto. L'alternativa è che tra qualche decennio la catastrofe scelga al posto nostro: in quel caso non vorrei essere nei panni dei figli che non ho, né nei miei quando (non)mi chiederanno di rendergliene conto.
Detto questo, con questi concertoni mondiali hanno rotto il cazzo.
Se penso che l'eco-business dovrà inevitabilmente giocare un ruolo in qualsiasi strategia di riduzione delle emissioni che si voglia decidere di adottare, non credo invece affatto nell' eco-showbusiness. Affidarsi a Bono Vox, perchè la gente ascolta soltanto i Bono Vox, mi pare parte della problema e non della soluzione. Siamo ancora più nella società delle immagini che in quella dell'informazione e si continua a far finta di non capire questa gente rappresenta innanzitutto degli stili di vita da invidiare ed emulare, irraggiungibili icone che, a parte qualche canzone, veicolano soltanto mode. Se la svolta ambientalista ci viene venduta come una moda, rischia di esaurirsi in essa. Davvero ci affidiamo a queste mega passerelle ipocrite buone per far lavare la coscenza a qualche nuovo messìa verde, che nel prossimo video scenderà dall'ennesima Rolls-Royce? Ora, pragmaticamente, posso rassegnarmi che la salvezza del pianeta mi venga in qualche modo anche venduta (del resto se ci hanno venduto la fame nel mondo al Live8 questo è il minimo), ma deve vendermela per forza Shakira? Il tutto in un evento mediatico dove ci passano un'indecente pubblicità progresso di tre minuti sul dovere nazionale di comprare la nuova 500(*) quando nessuno prende a calci in culo la FIAT per farle fare un modello di auto ibrida come la Toyota fa da cinque anni?
Madonna, che ogni volta che va a fare la spesa con l'aereo privato consuma più petrolio di quanto un abitante del Ghana farà in tutta la sua vita, ha già salvato l'Africa dalla fame. Non è che, poverina, la staremo caricando di troppe responsabilità?
(*) Nella nuova pubblicità tra i testimonial involontari (almeno quelli morti) passati su lunghi primi piano in bianco e nero ci sono Falcone, Aldo Moro e Giorgio Napolitano! Il Presidente della Repubblica mi sta vendendo un'automobile e nessuno dice un cazzo! Devo farci un post, puttana eva.
L'altro problema serio, propriamente apocalittico, oltre al Global Warming che si sta facendo largo sulla rete, sulle riviste specializzate e presso gli studiosi del settore (ovunque cioè tranne che sui nostri mass-media e nel nostro mondo politico) è quello del raggiungimento del picco di produzione petrolifera. Ricordo che sul mio libro di educazione tecnica delle medie, datato 1975 anche se io lo studiavo ben quindic'anni dopo, c'erano previsioni per l'esaurimento dell'oro nero stimate in trentasette anni. Questa stima, col senno di poi, era evidentemente sballata e derivata probabilmente dal fatto che gli autori non potevano considerare i giacimenti che sarebbero stati scoperti alla fine degli anni 70 e all'inizio degli anni 80 e le nuove tecniche di estrazione utilizzate. Pare però che qualcosa di simile stia in realtà per accadere in un orizzonte temporale estremamente breve. L'orizzonte temporale per il picco petrolifero è di circa cinque anni (cio' significa che sta per accorgersene anche la politica seppur col solito catastrofico ritardo), un tempo insufficiente per prepararsi agli sconvolgimenti che potrebbe portare. Il "picco" non è l'esaurimento del petrolio in sè ma l'incapacità, causa la scarsità di di tali giacimenti e le conseguenti difficoltà di estrazione, di far coincidere la domanda in forte espansione con l'offerta, prima stabile e poi lentamente quanto inesoarabilmente decrescente. Agire sulla domanda sembra impossibile senza scardinare l'assioma capitalistico della crescita, infatti al crescere del PIL (consumi, investimenti, spesa pubblica, importazioni/esportazioni e relativo spostamento di merci etc...) inevitabilmente cresce anche il consumo di energia che oggi è sostanzialmente basato sugli idrocarburi. Se l'offerta dovesse davvero diventare inferiore alla domanda non ci sarà abbastanza petrolio per un miliardo di cinesi il cui PIL cresce a circa il 10% l'anno, né per trecento milioni di statunitensi il cui stile di vita rimane "non negoziabile" (non ce ne sarà neppure per l'Europa, ma tanto al momento non conta un cazzo). Economicamente tutto ciò vuol dire paralisi, socialmente vuol dire scontro e povertà, geopoliticamnete vuol dire guerra. Guerra quella vera. L'argomento è complesso, le implicazioni molteplici e difficili persino da immaginare. Giusto per fare qualche esempio coi derivati del petrolio si fa la plastica e l'olio per ingranaggi. Sul piano politico ed economico un'asta sconsiderata per quel poco oro nero rimasto finirebbe per arricchire, almeno sul breve-medio periodo, i paesi OPEC in modo fin'ora impensabile. La televisione svizzera, che evidentemente fa il suo mestiere, ha prodotto il servizio che trovate su questo post (dal blog Petrolio già linkato di fianco) estremamente interessante e che consiglio a tutti di vedere.
Notate che nel filmato nessuno degli intervistati sostiene che la cosa non accadrà, le opinioni si dividono soltanto sul quando accadrà. Se quanto dice l'esperto in materia (citato nel servizio) Colin Campbel è vero, quello che ci aspetta è una riconversione del nostro stile di vita rapidissima e impensabile nel giro di pochissimi anni. Sempre se Campbel ha ragione, speriamo di no, seppur in modo meno irreparabile (un'altra economia è senz'altro possibile se non altro perchè ve ne furono in passato, mentre un altro pianeta su cui migrare direi di no) questo problema ci travolgerà prima e non meno duramente del riscaldamento globale: e i due problemi hanno nel petrolio una radice comune. Quindi se proprio volete votare, votate per qualcuno che prenda in considerazione queste due eventualità e che proponga soluzioni, o almeno tavoli di ricerca dove elelaborarne, per liberarsi della dipendenza dagli idrocarburi prima possibile e col minor danno possibile. Visto che in parlamento non ne troverete neppure uno, stappatevi una birra, sprofondate sul divano e godetevi l'apocalisse in diretta. Volendo trovare un lato positivo, che in realtà non c'è, pensate che tra le tante cose che verranno spazzate via ce ne sono anche parecchie che magari vi stanno sui coglioni. E verranno spazzate via in modo piuttosto spettacolare.
A ben guardare 1975 + 37 fa proprio 2012, l'anno della suddetta catastrofe e il mio libro delle medie, anche se per sbaglio, alla fine ci ha azzeccato: quando si dice la fortuna.
Oil crisis, 1979.
Orizzonte temporale della minaccia.
Una delle caratteristiche del sistema attuale è la scarsa lungimiranza delle forze dominanti che lo compongono: politiche, economiche e mediatiche. L'economia reale ragiona su un orizzonte di pochi anni per il ritorno degli investimeti, la finanza su tempi molto inferiori: l'unità di misura temporale dei risultati finanziari delle aziende è il quarter, tre mesi. "Nel lungo termine siamo tutti morti" diceva Keynes , ed aveva ragione, quando si riferiva al mercato azionario. La proposta e l'azione politica hanno anch'esse un orizzonte di breve termine, tipicamente quattro cinque anni nelle democrazie occidentali. I media ragionano soltanto sul brevissimo termine tanto che non è un paradosso dire che una notizia sui media tradizionali è già vecchia il giorno dopo, mentre l'obsolescenza si riduce poi a poche ore nel caso di Internet. Nella realtà pero' esistono problemi che impongono che li si affronti nell'immediato anche se la loro minaccia si concretizzerà sul lungo termine. Nel caso del Global Warming ad esempio, l'orizzonte demporale della minaccia è quello della vita di un uomo o al piu' di qualche generazione per gli ottimisti: nessuna delle componenti dominanti del nostro sistema prende decisioni tenendo conto di un tempo così lungo.

Come far si che un problema finisca sul tavolo dell'azione politica?
Il post precedente mi ha fatto tornare in mente la teoria dell' Agenda-setting (McCombs,Shaw '72). Secondo questa teoria i media non sono in grado di far decidere alla gente per quale partito o candidato votare, ma possono fare qualcosa di potenzialmente piu' importante e cioè determinare l'ordine di priorità dei problemi all'attenzione dell'opinione pubblica(*). Seguendo questo schema in una teorica contrapposizione destra-sinistra essi sono in grado di concentrare l'attenzione su temi cari all'una o all'altra parte, facendo "sentire" all'elettore moderato o indeciso che i tempi richiedono che ci si occupi di questa o quella questione con maggiore urgenza. Se ad esempio la TV e i giornali cominciano a parlare insistentemente del dilagare dell'immigrazione clandestina, uno schieramento di destra tenderà a beneficiarne avendo in genere per ragioni storico-ideologiche piu' a cuore il problema, che verrà presentato costantemente ai potenziali elettori come un'urgenza imprescindibile. Simmetricamente potrebbe avvenire lo stesso per una generica sinistra socialista (et similia) se l'enfasi fosse posta sul calo del potere d'acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti. E' possibile dunque che qualora si volesse ottenere una risposta politica ai problema del riscaldamento globale gli organi meno indicati su cui fare pressione sarebbero proprio i partiti politici: molto piu' efficace potrebbe rivelarsi premere affinchè siano i media a parlarne per poi aspettare che i due schieramenti corrano dietro, in vista delle elezioni, all'ultimo modello di elettore ecologicamente sensibilizzato. Si lo so' come processo è contorto, se non addirittura perverso, ma è l'intero sistema (oclo)democratico ad esserlo.
Un collega di ritorno dagli USA mi raccontava di aver visto Al Gore presentare il suo film in un numero spaventoso di trasmissioni televisive (Letterman, Leno etc...). Come in un rapporto causa-effetto a stretto giro di posta qualche giorno fa (alle tre di notte, insonnia...) ho visto con questi occhi George W.Bush fare di fronte al congresso discorsi degni di un militante di Greenpeace. Proprio lui, il texano ammanicato coi petrolieri, nel suo penultimo discorso sullo stato dell'Unione prometteva pubblicamente di affrontare con massimo impegno il problema del riscaldamento globale, puntando sulle nuove tecnologie e su una minore dipendenza dell'economia USA dal petrolio, il 20% in meno invece che in piu' nei prossimi dieci anni.
Controllo dei media.
Certo, bisogna poi che l'azione dei governi sia conforme con le promesse elettorali, purtroppo però per questo le teorie sociologiche non servono. Allo stesso modo c'è il rischio (in molti casi la certezza ) che i media siano controllati dal potere politico e delle lobby ad esso collegate e quindi l'agenda subisca un'influenza dall'alto, un push, che spesso chiude il cerchio. Il punto pero' è che se si vuole far entrare un tema nell'agenda politica, indipendentemente che esso provenga da un push dall'alto o da un'esigenza reale della popolazione, la porta d'ingresso (per stretta che possa essere) è sempre mediatica. Così i media recepiscono il tema del global warming e lo scaldano (ops!) e la politica si sbriga a metterlo in agenda (**) prevedendo l'onda elettorale che seguirà quella mediatica.
Il lungo termine.
Tutto cio' avviene ormai in tempi brevissimi ed ogni schieramento politico cerca di giocare d'anticipo guadagnandosi un vantaggio elettorale nell'immediato, il quale si tradurrà in un equivalente vantaggio economico per i propri finanziatori appena raggiunte le sacre poltrone. In questa rincorsa vediamo intervallare problemi veri, tipo il riscaldamento globale appunto, che in genere nascono da esigenze della società o da allarmi della comunità scentifica, ad argomenti moda che tengono occupati giornali e TG in un ciclo infinito di finte polemiche e ridicoli dibattiti. Gli argomenti moda in genere nascono nelle segreterie di partito, nelle redazioni dei giornali e nei board aziendali.
Se gli argomenti legati a problemi reali, divulgati cioè dai media ma nati da cambiamenti della società che né i media né la politica controllano, né spesso conoscono, finiscono nella centrifuga delle informazione usa e getta cosa succede?
Succede che essendo essi appunto reali e non virtuali, abbandonati al proprio decorso degenerativo prima o poi esplodono e creano catastrofi sul lungo termine, l'unico di cui non frega nulla a nessuno.
Ma sul lungo termine anche la morale comune cambia.
Sul lungo termine, cio' che è concesso diventa deprecabile e cio' che è abominevole diventa concesso.
Sul lungo termine, uccidere un uomo perchè inquina sarà considerato giusto e doveroso.
Sul lungo termine, davanti alla scarsità di risorse, selezionare i piu' giovani e resistenti a scapito dei piu' vecchi e deboli sarà drammaticamente accettato.
Sul lungo termine i figli sputeranno in faccia ai padri per averli costretti a vivere in un mondo che sarà ormai invivibile e, siccome ha mangiato troppo da giovane, al vecchio non andrà la carne piu' tenera adatta ai suoi pochi denti, ma l'osso: dovesse morire di fame.
Sul lungo termine quel vecchio siamo noi.

(*)Ad esempio Mediaset non convince le persone a votare per Berlusconi: fa si che si parli di lui e che le sue invettive/proposte siano contiunamente sotto i riflettori, indipendentemente dalla fondatezza o dall'urgenza che realmente hanno.
(**)Mentre scrivo Blair si è appena accodato al suo collega-compare.
A vedere "an inconvenient Truth" di Al Gore con noi doveva venirci anche JoeChip, ma la stanchezza per un lungo viaggio in auto di ritorno dalle terre di Aurocastro e forse l'assenza di una monetina da infilare nella serratura della porta di casa, ci hanno privato della sua gradita presenza. Quando poi mi ha chiesto "che ne pensi del film?" ho detto che gli avrei risposto a mezzo blog, eccolo.
Il documentario è la trasposizione cinematografica delle conferenze tenute negli ultimi anni dallo stesso Gore sui pericoli del riscaldamento globale, del quale pare si occupi fin dai tempi del college, riprese dal regista Davis Guggenheim e integrate con immagini sul tema girate in giro per il mondo. Il linguaggio del film ne risulta a metà tra la conferenza di divulgazione scentifica e il marketing elettorale. Ci sono la battuta iniziale per rompere il ghiaccio, le gag per evitare che il pubblico si annoi e le slide pirotecniche. Ci sono i riferimenti alla vita privata di Gore, la stucchevole retorica dei momenti duri che ha attraversato e di come li abbia superati uscendone piu' forte e determinato a lanciare il suo messaggio salvifico. C'è Al Gore che scruta preoccupato l'orizzonte dalla finestra del suo ufficio cercando una via di uscita per i suoi e i nostri figli mentre, ignaro, il mondo corre verso la catastrofe. Intendiamoci questa è soltanto la confezione, o meglio la crosta, per un film che ha come obbiettivo quello di sensibilizzare un pubblico inizialmente continentale e potenzialmente globale. Per veicolare i contenuti del film Gore e Guggenheim cercano di creare empatia con un pubblico piu' vasto ed eterogeneo possibile e lo fanno con gli strumenti che gli sono noti a tali fini. Personalmente malsopporto questo tipo di linguaggio e preferisco mille volte il taglio divertente ed originale di Bowling a Columbine (Farenheight 9/11 ha invece difetti simili) o The Corporation, ma "an Inconvenient Truth" ha obbiettivi dichiaratamente diversi.
Detto questo, ci sono i contenuti.
Ultimamente si è sentito dire di tutto sull'argomento global warming dalla futura desertificazione "marziana" del globo fino al'inizio di una nuova era glaciale. Probabilmente la verità è che nessuno sa cosa avverrà esattamente se non si invertirà la tendenza, il sistema della biosfera è estremamente complesso ed è difficile costruire un modello affidabile per un fenomeno di queste dimensioni per di piu' mai osservato prima d'ora. Pero' questo film fissa alcuni punti in maniera apparentemente incontrovertibilmente, e questo è un grande merito:
1) il riscaldamento globale è in atto e su questo la comunità scentifica è unanime.
2) il rapporto tra l'aumento delle emissioni e tale riscaldamento mostra tutte le evidenze di un rapporto diretto di causa effetto.
3) l'accelerazione con cui tutto questo sta avvenendo mostra le caratteristiche di una curva esponenziale.
4) alcuni pericoli correlati a questo processo, segnalati dalla comunità scentifica e genericamente evocati dai media fino a qualche tempo fa, si stanno verificando e se ne hanno le prove.
Lo scioglimento dei ghiacciai polari e il prosciugamento dei laghi all'avanzare della desertificazione sono già in corso e hanno cambiato in vent'anni le carte geografiche come mai era avvenuto prima. Non è un pericolo generico, non è un 'ipotesi: ci sono le foto, le riprese (molte di tragica bellezza sono contenute proprio in questo film), si possono confrontare gli atlanti si puo', avendone i mezzi, andare a verificare coi propri occhi. Se l'esame di questo problema non è la priorità numero uno dell'umanità in questo momento, foss'anche per smentirne i dati, ben venga il documentario di Al Gore col suo linguaggio a tratti un po' mieloso e le sue ricostruzioni in Computer Graphics del WTC memorial inondato per evocare al popolo americano un secondo 9/11 di provenienza naturale (sic!). Mi turo il naso e consiglio il film, linko il sito e faccio mea culpa se ho preso per il culo il taxista leninista quando fa la raccolta differenziata, ben sapendo che poi il comune butta tutto nella stessa discarica.
Probabilmente i 27 gradi della scorsa settimana a Torino, il fatto che un uragano tropicale si sia abbattuto sulla Baviera e l'assenza della neve nelle immagini che arrivano dalla Piazza Rossa in gennaio non saranno i segni dell'arrivo dell'Apocalisse, ma è pur vero che qualora arrivasse da qualche parte dovrà pur cominciare.
Gli extraterrestri sono già tra noi da parecchio tempo. Non temete, si tratta di una razza pacifica e tecnologicamente molto evoluta ed hanno ottime intenzioni nei nostri confronti. Finora hanno sempre evitato di palesarsi perchè credono molto nel libero arbitrio dei popoli e ritengono sbagliato intervenire negli affari interni di altre specie, soprattutto se meno evolute (in sostanza prima direttiva cui doveva attenersi la confederazione interstellare di Star Trek). Tuttavia recentemente hanno deciso che tra il 2008 e il 2012 (tra l'altro anno dell'inizio della quinta era secondo i Maya) interverrano per salvarci dall'autodistruzione poichè, valutano, siamo vicinissimi al punto di non ritorno. Insomma, una ficata.
A sostenere questa tesi essendo in contatto costante con loro pare sia Marco Columbro, quello che dava la voce a Five il pupazzo dei programmi per bambini di Canale 5. Si lo so', come fonte Columbro potrebbe non sembrare poi così attendibile... del resto ogni éra ha i profeti che si merita.
Personalmente poi, essendo stato bambino in quel periodo, ho subìto una programmazione celebrale da parte di Mediaset che mi porta a credere compulsivamente a qualunque cosa dicano i miei beniamini di allora.
Aspetto fiducioso l'arrivo degli omini verdi.
C’è un gatto nelle mutande del mondo*.
La Repubblica Democratica Popolare di Corea è tecnicamente una mortocrazia (forse dovrei usare il termine necrocrazia, ma mortocrazia mi piace di piu’). Il potere formale è detenuto dal “grande leader” Kim Il Sung deceduto nel 1994 e dichiarato al momento del trapasso Pesidente Eterno. Dati i problemi che i cadaveri incontrano nell’esercizio delle funzioni amministrative il potere reale di governo del paese è detenuto dal figlio Kim Jong Il che gli è succeduto per via dinastica. Dunque la mortocrazia formale è una monarchia assoluta de facto, il cui monarca ha poteri illimitati ed il regime che gli fa capo alimenta un culto della personalità che definire grottesco è dir poco. La maggior parte degli spettacoli teatrali del paese, soprattutto quelli con finalità educative dell’infanzia, vertono sul racconto di fatti
edulcolorati attribuiti alla vita del mortocrate. In questi testi Kim Il Sung è rappresentato come circondato da piccoli fatti ultraterreni che ne restituiscono al popolo nord coreano (per altri versi obbligato ad un rigoroso ateismo) un’immagine mistica e ammantata di superstizione. Il figlio Kim Jong Il non è da meno in quanto a egocentrismo politico al punto che la ricorrenza del suo compleanno è considerata festa nazionale. La distribuzione egualitaria della fame in Nord Corea deriva dall’impostazione stalinista dei primi anni di regime, il controllo politico da parte dello stato è totale e la popolazione è divisa in caste in base alla propria
fedeltà al regime. Inutile dire che finire nella casta degli “ostili” vuol dire la perdita di tutti i diritti elementari, il carcere e, visto il quadro generale del paese, se si è fortunati la morte. La Corea del Nord ha circa 23 milioni di abitanti ed un esercito composto da un milione di soldati, se si escludono donne, vecchi e bambini se ne deduce una percentuale pazzesca dei maschi adulti in divisa. L’incidenza dei militari sulla popolazione la rende probabilmente lo stato piu’ militarizzato del mondo. La distinzione tra Nord Corea e Sud Corea è di natura prettamente politica e costituisce uno dei peggori danni della guerra fredda. Essa ha appena una cinquantina di anni: prima i coreani erano stati un unico popolo per millenni, piu’ omogeneo per cultura, etnia, religione e tradizioni di quanto lo fossero o lo siano chesso’… gli italiani. In sostanza un posto di merda oppresso da un dittatore isolazionista che regna assieme ai suoi sgherri in nome del padre morto.
Gli USA e la conquista del Kamchatka.
Chi si aspetta che gli Stati Uniti siano pronti ad intervenire militarmente per bloccare le aspirazioni nucleari (cioè di difesa strategica) di Kim Jong Il resterà deluso per almeno due motivi. Il primo motivo è di ordine economico e dettato dal fatto che la condizione della Nord Corea è dialmetralomente opposta a quella dell’Iraq di Saddam: lì c’era il petrolio ma non c’erano le armi di distruzione di massa, qui di petrolio non ce n’è una goccia ma una bombetta da 4 Kilotoni ha già cominciato a far parlare di sè. Mr. Bush non interverrà perchè qui (secondo il suo virile paradigma) ci sarebbe davvero da fare polizia internazionale contro uno stato canaglia ma, ahimè, non c’è modo di fare i porci comodi dello Zio Sam, aka business. Il secondo motivo è di ordine militare, infatti Bush ha finito i carroarmatini da piazzare sulla plancia del Risiko! che tiene aperto sul tavolo della sala ovale da circa sei anni. Le residue forze armate USA non bastano ad affrontare un milione di nordcoreani, non bastano ad invadere l’Iran, non bastano a stanare i taliban nel sud dell’Afghanistan ne a reprimere la guerra civile iraquena, non contemporaneamente almeno. Non si vedono neppure nuovi alleati in grado di sgravare Mr.Bush da qualcuno dei pantani nei quali la sua amministrazione si è cacciata. Kim Jong Il (come per altri versi Ahmadinejād) lo sa benissimo e ne approfitta per riarmarsi col “deterrente nucleare” in modo da garantire lunga vita alla propria grottesca dittatura.
Stallo.
E qui veniamo al punto. Gli USA avrebbero bisogno che la crisi nordcoreana venisse gestita da Pechino, ma così finirebbero per legittimare contemporaneamente le ambizioni da superpotenza della Cina, consegnandole l’egemonia politico-militare di un’area che comprende quasi la metà della popolazione mondiale, laddove detiene già quella economica. La Cina nella dottrina neo-cons (e nella realtà dei fatti) è l’avversario strategico degli Stati Uniti: non il loro alleato ne tantomeno il loro sgherro. Anche per questo l’amministrazione Bush ha appena avallato il piano di riarmo del Giappone di Koizumi che dopo 60 anni rinnega la costituzione pacifista del Sol Levante (sarebbe contento Yukio Mishima che si tolse la vita per protesta contro di essa) su richiesta di chi gliela impose. I cinesi dal loro punto di vista teorizzavano la “pacifica ascesa” e avevano tutto l’interesse a rimandare la resa dei conti col loro nuovo Status piu’ in là possibile negli anni. I cinesi hanno la mano vincente nella partita economica: non hanno interesse ad aprire tavoli militari o potenzialmente tali, ne ad avere le bombe di Pyong-Yang che minacciano Pechino e neppure vogliono gli occhi della comunità internazionale puntati sul proprio arsenale militare e sulla propria area di influenza.
Qui qualcuno sarà costretto a cambiare strategia o in alternativa Kim Jong Il l’avrà vinta e potrà continuare a godersi puttane e lacchè sulla pelle del popolo coreano ancora molto a lungo. Difficile dire quale sia il male minore. Chissà come se la ride, il mortocrate.

*"avere un gatto nelle mutande"= essere in situazione oltremodo scomoda dalla quale è difficile definire una exit strategy.
Toh... una guerra in medioriente.
La morte di 50 persone durante il bombardamento di Cana sembrerebbe aver strappato un "non esagerate" persino agli Stati Uniti tanto nelle parole di Condoleeza Rice la tregua è passata da "inutile" a "necessaria", forse attuabile fin dalla prossima settimana. Toh... le guerre fanno morti. Per l'inutile Dalema rappresentante dell'inutile Europa la morte di tutti quei civili in gran parte bambini è addirittura "ingiustificabile". Toh... la guerra uccide grandi e piccini. Sono andato a fare un giro e per una settimana, alla partenza sui media c'erano grandi aspettative per la conferenza di pace a Roma. Lunedì visitando la piu' grande sinagoga d'Europa, pur non nutrendo speranze, ho scritto sul grosso guestbook sotto l'altare "Shalom-Pace". Toh... l'europa non conta un cazzo. Eppure nel 1996 un analogo bombardamento Israeliano su Cana ne aveva fatti 100 di morti in
un colpo soltanto. Toh... la storia non insegna. Negli ultimi sei anni di riassetto degli equilibri mondiali successivi all'11/9 ci troviamo alla terza sanguinosa guerra guerreggiata e quando Israele avrà finito probabilmente al terzo paese dell'area in guerra civile. L'Iran che aveva tre anni fa dissidenti provenienti dal mondo studentesco in fermento e un governo che concedeva alcune aperture alla società civile con Khatami, oggi sembra governato da un ubriacone nazistoide sparacazzate ed il regime è piu' forte che mai ricompattato dall'odio verso al Grande Shatan Americano. Bagdhad gronda sangue nelle piazze e nei mercati. I Taliban sono ancora là e controllano il sud del paese, il Burqa non è passato di moda. Toh... la stabilizzazione del medioriente non la vuole nessuno. Hariri leader libanese ex-filosiriano ormai in rotta con Damasco salta in aria e dopo 10 minuti tutto il mondo punta il dito sulla Siria, sotto inchiesta dell'ONU per quell'omicidio. La Siria dopo trent'anni ritira i suoi quindicimila uomini da Beirut in seguito alla rivoluzione dei cedri. Toh, pochi mesi e il Libano si trova di nuovo in guerra. Si scopre di colpo che Hamas è peggio di Arafat tanto che persino l'UE vuole togliere i finanziamenti all'ANP... chi avrebbe potuto pensare che tolti di mezzo Arafat e Barghuti, dunque la classe dirigente di Al-Fatah, Hamas avrebbe preso il potere? Nulla possono gli analisti di fronte all'imponderabile. Toh, forse il problema non era Arafat.
Si puo' stare dalla parte di Israele o da quella del mondo arabo, si puo' distinguere caso per caso, regime per regime, si puo' discutere dei singoli casus belli e delle singole rivendicazioni ma non si racconti alla gente che la situazione sta precipitando in maniera "inaspettata". La pace e la libera convivenza tra i popoli in quell'area non la vuole nessuno, non è in agenda ne ora ne in futuro, non ci sono forze politicamente rilevanti che marciano in quella direzione ne da una parte ne dall'altra. Le cose vanno secondo i piani, il medioriente è una polveriera che va verso il destino per cui è stata creata: il botto quello grosso.
Turatevi le orecchie e attenti alle schegge.
Personalmente rivendico la libertà di chicchessia a dire piu' o meno il cazzo che gli pare. Se stamattina, per dire, mi alzassi storto mi riterrei libero di prendere per il culo Iddio onnipotente, i profeti delle religioni monoteiste e le migliaia di divinità induiste se soltanto ne conoscessi i nomi e le fantasiose fattezze.
Questo almeno in linea di principio.
Tuttavia se fossi il direttore dell' Jyllands Posten (il piu' diffuso quotidiano danese) o del Corriere della Sera, e decidessi di pubblicare un disegno con il profeta di una qualche religione associandolo ad atti di violenza -Maometto con una bomba al posto del turbante appunto, o Gesu' Cristo che bombarda o uccide bambini afghani per fare un paragone- non mi meraviglierei se venissi licenziato.
Come giustamente fatto notare da esponenti mussulmani, in Europa (in Germania in particolare), prima della seconda guerra mondiale giravano tranquillamente vignette antisemite che rappresentavano gli ebrei come avidi aguzzini, parassiti stereotipati nella figura ingobbita dell'usuraio col naso aquilino e lo sguardo pieno di cupidigia che trama contro le nazioni.
Difenderemmo quelle vignette oggi in nome della libertà di satira?
Io non lo farei.
Il direttore dell'Jyllands Posten dice di non aver potuto prevedere una simile reazione da parte del mondo islamico.
O quest'uomo è un idiota che non capisce il mondo in cui siamo precipitati, oppure è in aperta malafede.
In sostanza, non sono preoccupato per la libertà di stampa in occidente (gli unici a preoccuparsene qui in Italia sono quelli che non hanno alzato un dito per le epurazioni seguite alla satira verso il molto meno sacro, seppur unto, Presidente del Consiglio). Già moribonda per le ingerenze del potere politico ed economico e per il servilismo cronico di gran parte dei nostri giornalisti, la libertà di stampa non teme, a mio avviso, il bavaglio proveniente dal mondo arabo.
Quello che mi preoccupa, terrorizza anzi, è il riemergere in entrambi gli schieramenti delle componenti xenofobe, nazionaliste, fondamentaliste, chauviniste e in ultima analisi fasciste.
Lo "scontro di civiltà" che negli ultimi 6 anni tutti hanno finto di voler evitare, è ormai realizzato nel momento in cui si sfiora la guerra per colpa di un giornale che vende copie soltanto in una nazione grande quanto la Lombardia.
Come dissi il 12 Settembre 2001, è lo scontro tra due "civiltà di merda", o meglio tra la parte peggiore (di merda appunto) di due civiltà che sono anche ben altro.
Perchè comincia sempre tutto così: devono convincerti che dall'altra parte ti odiano. Non odiano la tua politica estera o le scelte dei tuoi governanti, odiano te, la tua casa, i tuoi figli, la tua religione e la tua cultura. Odiano te che lavori e non arrivi alla fine del mese e sono pronti a toglierti anche quel poco che hai.
Devi ripagarli del medesimo odio se vuoi metterti in salvo, devi difenderti combattere, o accettare che qualcuno lo faccia per te.
Quel qualcuno è di volta in volta Hamas, la U.S. Army, Osama Bin Laden, le Shutzstaffel.
La politica (corrotta e opportunista) pian piano cede il passo, perchè il popolo spaventato ed insicuro chiede muscoli e manganello.
Così Rabin ed Arafat cedono il passo ad Hamas e Netanyau, da Clinton a Bush, da Khatami ad Ahmadinejad.
Nessuno dei primi era un modello di pacifismo ne di rispetto delle differenze altrui, ma tutti i secondi sembrano mossi dall'unico fine di giungere allo scontro. Sulla pelle dei rispettivi popoli.
E' in questo clima che ieri un ministro della repubblica ha potuto dire "Fino a quando il mondo occidentale dovrà continuare a porgere l'altra guancia? E' giunto il momento delle ritorsioni". Calderoli è soltanto un volgare populista di provincia asceso agli scranni del parlamento per una contingenza storica? Lo era anche Mussolini.
Calderoli sa' bene che avendo invaso due paesi islamici, avendo bombardato e gasato le loro città, rinchiuso i loro combattenti a Guantanamo, torturato e umiliato gli stessi ad Abu Ghraib, rapito e imprigionato i loro Imam contro le nostre stesse leggi, non stiamo esattamente porgendo l'altra guancia come occidente. Il punto è che lui fa parte di quell'occidente che ha fatto e appoggiato tutto questo, noi no. Il fioraio egiziano sotto casa mia non fa parte di quell'Islam che ci sta "prendendo a schiaffi" come dice Calderoli.
Ancora una volta i popoli dovrebbero capire che il nemico non sta a oriente o a occidente, dietro la cortina o oltre la frontiera, il nemico sta in alto e ci governa, da armi e cinture esplosive ai nostri figli. Ancora una volta verrebbe da dire che siamo "costretti a ripetere la storia" perchè l'abbiamo dimenticata, ma in realtà la conosciamo e bene, dunque ha ragione Montale(?) che essa non è "maestra di nulla che ci riguardi".
Continuando a discutere di vignette guardiamo il dito e non la luna che esso vuole indicare. La luna ormai imminente, è un mondo in una guerra senza quartiere, che dopo 20 anni e 20 milioni di morti farà mea culpa.
Chiederemo il manganello e la scimitarra, e ci verranno offerti sulle commoventi note dell'inno nazionale.

Vita e proprietà nella polveriera d'america. (post del 10 Settembre recuperato)
Sembra che due giorni fa il sindaco di New Orleans abbia dirottato le forze di sicurezza dalla ricerca dei superstiti all'azione contro lo sciacallaggio. Il sindaco di New Orleans ha sancito la scala di priorità nell'emergenza favorendo la proprietà di fronte alla vita dei suoi concittadini. Senza scendere nel merito (sarà pure sciacallaggio saccheggiare negozi di elettrodomestici e case dei ricchi in cerca di gioielli, ma lo è procurarsi acqua e viveri in un supermercato?) pare che anche Bush si sia
posto sulla stessa linea rilasciando piu' dichiarazioni sui "cazzuti" soldati pronti a sparare alla testa degli sciacalli che sulla logistica dei soccorsi. Evidentemente il potere puo' permettersi, a tragedia ormai iniziata, 10000 morti in piu' o in meno ma non puo' assolutamente permettersi di mostrare un'immagine debole di se.
Questo significa almeno un paio di cose. La prima, lapalissiana a chiunque abbia mai sfogliato distrattamente un libro di storia, è che la scala delle priorità dello stato non è mai quella del popolo che questo stato dovrebbe rappresentare, di qui tutti i miei dubbi sulla rappresentanza. La secondo è che la fobia contro ogni logica di non apparire debole, e' segno che lo stato è debole. Spero che la gente bloccata a New Orleans si prenda tutto cio' di cui ha davvero bisogno. Spero che i soldati si riufitino di sparare. Non ho speranze per dei politici che quando servono medici e ingegneri, promettono che manderanno i cowboys.
Universi che crollano e teoria della spirale.
A proposito di universi che crollano e di gente interessata a godersi lo spettacolo mi è venuta in mente una chiacchierata apocalittica di un mesetto fa fatta col protogesuita e il taxista-leninista, di cui avevo reso partecipe via e-mail anche il tizio che infila una monetina nella porta per uscire di casa. Commentavamo insieme un reportage del manifesto sull'america ultrareligiosa middlewest che vota neocons, confonde Dio con la patria (la propria naturalmente visto che come tutti sanno Dio è americano e nato a Menphis), è creazionista (questa è indigeribile...) e fonda aziende che dichiarano testualmente "Dio siede nel nostro consiglio di amministrazione", ascolta i telepredicatori come fossero nuovi Giobbe ed Ezechiele con la differenza che se ti perdi la predica puoi acquistare la videocassetta a 9.9$ per corrispondenza invece di aspettare centinaia d'anni per la comparsa del prossimo profeta. Sembra che questa gente creda davvero di avere una missione per salvare il mondo dalla distruzione dei valori cristiani e della libertà. Sul reportage si potevano trovare illuminanti estratti di saggezza proferiti dalle massime rappresentanze del fondamentalismo cristiano USA, come questa:
"La sinistra strega con pozioni ed elisir serviti ogni giorno dalle sue roccaforti dell'accademia, di Hollywood e dei vecchi media. Vomita sulla morale, sulle tradizioni e sui valori che per noi sono sacri: Dio, famiglia e paese. Come abbiamo imparato martedì, è chiaro che la sinistra disprezza la maggioranza degli americani, e cioè di noi. La maggioranza ha respinto John Kerry e John Edwards semplicemente perché hanno torto. Hanno torto perché non vi sono due Americhe. Siamo una sola nazione sotto un Dio che loro respingono"
oppure "Noi non vogliamo diventare europei. Non vogliamo diventare laici. Siamo eccezionali. Siamo unici. E siamo la più grande forza del mondo per il bene, malgrado quel che possono dire la sinistra, i terroristi o le Nazioni unite. È per questo che noi costituiamo l'ultima speranza del mondo per la libertà. Noi continueremo a essere questa città splendente sulla collina. E ne accettiamo piena responsabilità; siamo fieri di essere invidiati dal mondo". la cosa divertente è che quando parlano di sinistra si riferiscono a Kerry che non soltanto non mi sembrava un bolscevico, ma non mi sembrava neppure tanto di sinistra. Avessero a che fare con un Bakunin, una Rosa Luxemburg o un qualsiasi operaio del modenese sanamente anticlericale iscritto al vecchio PCI sarebbero già pronti i roghi e le garrote per la caccia alle streghe. Bene, questo miscuglio di medioevo e nazionalismo, imprenditoria dell'aldilà e colonialismo crociato mi aveva fatto riflettere su come ormai sembri possibile il riemergere dalla storia di qualsiasi credenza o superstizione, non importa quanto smentita scientificamente ne bocciata storicamente. Nel medioevo nessuno adorava piu' Zeus, ma nel 2004 puo' tornare di moda il medioevo (... per la proprietà transitiva mi aspetto una seconda giovinezza per Aristotele). Fico. Così avevo scribacchiato qualcosa sulla mia cara "teoria della spirale" che di solito riesumo soltanto quando ho mal di stomaco o quando fumo troppa marjuana. A giudicare dai toni apocalittici probabilmente quella sera approfittai di una rara concomitanza tra questi due eventi. Ve la infliggo: 
"Tra ultracattolicesimo, creazionisti, evangelici e puritani, streghe Wicca, new Age, fondamentalismo islamico, cybermondo, sionismo ultrareligioso, neonazismo sassone, neoliberismo cialtrone, spese proletarie, separatisti di ogni risma, strategie militari sulla "conquista dello spazio per dominare la terra", terrorismo, resistenza, colonialismo, società aperta, migrazioni, neoprotezionismo autarchico, capitalcomunismo cinese, vetero socialismo castrista si gettano le basi per una fase storica dove tutto conviva simultaneamente. Ideologia e pragmatismo, medioevo e fantascienza, superstizione e illuminismo, guerra "alle intezioni" e pacifismo radicale,
la confusione è tanta e tale che lascia pensare ad un "nuovo disordine mondiale".
Il potere che fa in casi come questo? Si adatta individuando i punti che gli stanno a cuore per la propria sopravvivenza o diventa invasivo e totalitario in un tentativo isterico di controllare tutto?
La ruota della storia tra lumi e credenze, progresso e oscurantismo che prima si inseguivano in cicli millenari (dalla preistoria al mondo classico), poi plurisecolari secolari (dal mondo classico al medioevo), infine secolari (dal'alto medio evo al rinascimento e da quest'ultimo al romanticismo nazionale) e decennali (dai nazionalismi al '68) oggi converge sempre piu' in fretta come una spirale che chiuda le proprie evoluzioni in un punto dove apollineo e dionisiaco smettono di alternarsi e si abbracciano fino a coincidere. Una specie di sabba del "tutto cio' in cui gli uomini hanno mai creduto" collassato in un unico istante storico, il centro della spirale.
Nelle teorie di Vico e Nietszhe il modello era il cerchio e non la spirale e nel cerchio non puoi che riattraversare punti opposti della circonferenza che pero' restano equidistanti, puoi attraversarli a velocità maggiore ma nell'apollineo il dionisiaco cede il passo, e viceversa.
Il modello della spirale, almeno nel proprio culmine laddove cioè collassa, è un paradosso della matematica come il punto adimensionale, la retta di infinita lunghezza somma di punti con spessore uguale a zero, o il solido formato da infiniti piani. Il paradosso è utile a fini formali ma non è consistente nelle applicazioni pratiche. E' un modello che non possiamo prevedere, e dunque come si comporta dopo?
Per il momento osserviamo che qui nessuno cede piu' il passo e pare tutti anzi stiano risvegliando le loro rivendicazioni.
Questo modello funziona, almeno con un livello di approssimazione simile al precedente?
C'è spazio per gli opposti simultanei? O c'è spazio soltanto per la guerra tra di essi?
E se guerra sarà quanti scenari questa volta, quanti fronti, finiranno per aprirsi?
Sta per arrivare una "bad anarchy" dovuta al crollo del leviathano moderno, dalle sue ossa in pezzi nasceranno terrore e insicurezza e un nuovo potere tra quelli sopraelencati in cambio della sua "protezione" si imporra come fondatore e protettore per una nuova era dell'umanità.
Si accettano scommesse sul colore e sul simbolo della bandiera.
Vedremo la croce di Cristo su di essa?
Una svastica?
Una "S" segnata da linee verticali?
Un falce con martello?
Qualcosa di nuovo?
O faremo a meno delle bandiere?
Io me la voglio guardare dal divano, sparando sentenze come uno dei vecchietti sulla piccionaia del muppet Show e bevendomi una Ceres.
Come la finale della Champions League, l'apocalisse in diretta sarà uno spettacolo eccezionale, unico nel suo genere.
Gli sponsor impazziranno :) "